Diventare genitori può essere il naturale coronamento di una coppia innamorata; oppure può diventare un miraggio impossibile da inseguire attraverso frustrazioni e sofferenze.
Giorgia e Pietro vorrebbero essere genitori, desiderano la genitorialità, soffrono tra i corridoi e le sale d’aspetto delle cliniche private e degli ambulatori pubblici dove attendono l’ennesimo esito degli esami sulla fertilità dai nomi complicatissimi, il responso periodico del luminare della fecondazione assistita (qualche migliaia di euro da mettere in conto), e da dove ne usciranno ogni volta con una sfilza di speranze deluse, di aspettative sempre più improbabili, di tentativi sempre più faticosi, mentre le lancette dell’orologio biologico segnano implacabili il conto alla rovescia. Non più giovanissimi, formano una coppia in apparenza inossidabile, certi della propria sintonia amorosa, esistenziale, costruita negli anni. Sono intelligenti, sono istruiti e informati, sono consapevoli di sé e del mondo fintantoché il desiderio di un figlio non li metterà alla prova facendo tremare dalle fondamenta il loro rapporto a colpi di incomprensioni, di accuse reciproche, di parole e gesti poco nobili che rimetteranno in discussione la convivenza.
A narrare la storia in prima persona è, per una volta, proprio la voce di Pietro, a tratti ironica e a tratti disperata, proponendo la prospettiva maschile della paternità; testimone spesso impotente, o quasi, del difficile processo fecondativo e della gravidanza; un uomo con le sue sofferenze, le responsabilità da riconoscere, gli errori a cui cercare di porre rimedio e i sentimenti imperfetti ma sinceri.